OSSERVATORIO GIUSTIZIA
COORDINATORE Avv. Roberta ERRICO, Foro di Napoli
osservatoriogiustizia@retenazionaleforense.it
GIUSTIZIA CIVILE
Avv. Francesca D'ALESSANDRO, Foro di Napoli
GIUSTIZIA PENALE
Avv. Salvatore VITRANO, Foro di Palermo
GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA
Avv. Martina GRIMALDI, Foro di Roma
COMPONENTI: Avv. Stella PANCARI Avv. Enrica LABRICCIOSA; Avv. Barbara CIANO ALBANESE; Avv. Rosa LAPI; Avv. Carmen REINA; Avv. Anna REALMUTO; Avv. Ermelinda MAZZEI; Avv. Marilena SARCONE; Avv. Maria Elisa VENTRIGLIA; Avv. Alfonso MENICHINI; Avv. Mariateresa ARCADI; Avv. Giovanna MANTO; Avv. Loredana MARINO, Avv. Jennifer ZITO.
L'Osservatorio Giustizia di Rete Nazionale Forense è un organismo creato allo scopo di promuovere, nell'ambito del processo civile, penale, amministravo e tributario, la collaborazione ed il confronto tra tutti coloro che operano nell'ambito della Giustizia (magistrati, avvocati, personale amministrativo), e di elaborare scelte operative condivise che si inseriscano nell'ambito del quadro normativo esistente. La finalità è quella di costituire un luogo di incontro volto a promuovere e diffondere le “prassi virtuose”, giudiziarie e forensi, che rafforzino – attraverso il metodo del dialogo e della condivisione e della leale collaborazione fra tutti i protagonisti del processo, una cultura della giurisdizione finalizzata all’attuazione dei principi e dei valori sanciti dalla Costituzione. La prassi, intesa quale strumento che possa migliorare l’efficienza della giustizia, ne costituisce il preminente interesse: le norme generali e astratte che delineano i modelli di processo producono, nel caso concreto, una molteplicità di modelli diversi dai quali, poi, hanno avuto origine i diversi protocolli d'intesa, frutto di esperienze legate alle specifiche situazioni degli uffici giudiziari. La stagione dei protocolli ha aperto prospettive più ampie della semplice razionalizzazione del processo: ha consolidato e diffuso un metodo nuovo di affrontare le questioni della giustizia, basato sulla concertazione e il confronto con uno scambio di informazioni e di formazione.
L'obiettivo è quello di fornire un'analisi dettagliata delle questioni giuridiche e forensi che influenzano la società, contribuendo a promuovere una maggiore consapevolezza dei diritti dei cittadini e sostenendo proposte concrete per migliorare il sistema giudiziario., al fine di promuovere cambiamenti significativi che favoriscano la Giustizia e la difesa dei cittadini.
IN EVIDENZA
La celiachia in carcere:
quando la dieta diventa una pena accessoria
Lavorare ogni giorno tra le aule dei tribunali come avvocato penalista e dentro gli istituti penitenziari come pedagogista significa fare i conti con una spaccatura costante perché da una parte c'è la teoria delle leggi e l'articolo 27 della Costituzione con le sue promesse di rieducazione, mentre dall'altra c'è la realtà cruda e farraginosa della cella.
C'è una battaglia silenziosa, però, di cui non parla mai nessuno e riguarda proprio quello che succede quando in questo ingranaggio rigido entra una patologia come la celiachia, trasformando la malattia in una vera e propria pena accessoria. Nelle sezioni detentive il cibo non serve solo a nutrirsi ma il pasto è il cuore della giornata, il momento in cui i detenuti mantengono un minimo di autonomia e di umanità cucinando insieme sul fornelletto, dividendosi la spesa del sopravvitto o offrendo un pezzo di pane al compagno di stanza, che sono i gesti su cui si regge la convivenza e su cui noi pedagogisti cerchiamo di costruire un percorso di risocializzazione.
Quando un detenuto è celiaco, però, questo equilibrio si spezza perché in carcere si vive stretti, i ripiani sono pochi e le pentole passano di mano in mano senza alcuna possibilità di pulire gli spazi per evitare che il glutine finisca ovunque, bastando una semplice briciola o un mestolo usato male per far stare male una persona. Il risultato inevitabile è che il detenuto celiaco si isola, non potendo cucinare con gli altri o accettare il cibo dei compagni, e nelle dinamiche della cella dove la diffidenza è la prima regola per difendersi questo isolamento forzato viene frainteso, facendo passare chi segue una dieta senza glutine come uno strano, un peso per la sezione o uno che pretende trattamenti di favore, portando dritto all'emarginazione e alla depressione.
Fuori dalle mura, poi, lo scoglio più duro è l'atteggiamento delle istituzioni perché ottenere la tutela della salute per un assistito celiaco è un'odissea che consuma, e quando deposito un'istanza o un reclamo per denunciare che il vitto speciale non arriva o che il detenuto sta male per le contaminazioni mi scontro quasi sempre contro il muro di una Magistratura di Sorveglianza oberata che tende a girare la pratica alla sanità interna del carcere senza approfondire. Ed è lì che la situazione peggiora perché la medicina penitenziaria mostra una preparazione spesso inadeguata sulle intolleranze severe, prendendo sottogamba i disturbi del detenuto o scambiandoli per agitazione, e far entrare in carcere un medico di fiducia come un gastroenterologo che possa visitare il mio assistito e firmare una relazione seria diventa una corsa a ostacoli fatta di pareri contrari e mesi di attesa mentre la persona resta chiusa lì dentro tra crampi e paura.
A pagare questo disordine sono anche le famiglie fuori perché i colloqui e i pacchi da casa sono l'unico legame rimasto con la vita vera ma sull'ingresso dei prodotti senza glutine c'è il caos totale, delegando la decisione al singolo istituto o all'agente di turno alla portineria senza una regola chiara e uguale per tutti, col risultato che quello che passa senza problemi in un carcere viene bloccato in un altro con scuse legate alla sicurezza.
Ho visto familiari disperati spendere soldi che non avevano per comprare pasta e biscotti certificati in farmacia per poi vedersi rifiutare il pacco al varco del parlatorio, subendo oltre al danno economico una freddezza burocratica che fa perdere qualsiasi fiducia nello Stato.
Finché l'amministrazione continuerà a trattare la celiachia come un capriccio gestionale anziché come un diritto fondamentale alla salute non potremo parlare di rieducazione e finché la salute del detenuto verrà vista con sospetto la pena resterà soltanto una punizione inutile, servendo invece regole chiare, formazione vera e la fine di questo arbitrio sui pacchi dei familiari perché il rispetto per una persona si vede prima di tutto da come viene trattata nei suoi bisogni più elementari.
Avv Roberta Siesto
(Pedagogista Penitenziaria)